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SE NON ORA, QUANDO?

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Forse stavolta ce la fanno. Una delle notizie di Capodanno è che, forse, dopo un bel po’ di anni spesi tra referendum popolari, crisi di governo, negoziati politico-istituzionali e comizi improvvisati dallo Speakers’ Corner di Hyde Park, gli inglesi ce la faranno a sganciarsi dall’Unione europea.

Sia chiaro: non dall’Europa intesa come espressione storico-geografica, di cui il Regno Unito in fondo non ha mai fatto parte interamente (ricordate la battuta “Nebbia sulla Manica: il continente è isolato”?); né dall’Europa intesa come entità politica, del resto ancora inesistente (ricordate la sempre attuale battuta di Heinz Alfred Kissinger, detto Henry: “Europa? Qualcuno sa darmi il numero di telefono?”); ma proprio dall’Unione europea, e cioè da quella organizzazione internazionale, creata mediante un trattato internazionale, per iniziativa di alcuni Stati europei (neanche tanti: all’inizio, nel 1951, erano 6; dopo sessantanove anni sono 28; a titolo di confronto, il Commonwealth britannico ne conta 53).

E’ utile sottolineare in questo modo la natura “internazionale” (o, con un termine più tecnico, “intergovernativa”) dell’Unione europea, non solo e non tanto per ricordare che la tanto sbandierata “sovranazionalità” dell’Unione medesima è di assai difficile ricostruzione e assume più i contorni di un atto di fede che di una reale categoria giuridica; ma anche per ribadire che gli Stati, dalle organizzazioni internazionali, se ne possono andare quando vogliono, esercitando un generale – quanto insopprimibile – diritto di recesso (anche a costo di essere accusati di “sovranismo”, accusa che, per uno stato sovrano, sconfina nella tautologia).

Ma, se le cose stanno davvero così, ci sarebbe da chiedersi perché, in passato, i media e la politica hanno fatto di tutto per farci credere che dall’Unione (e prima ancora dalla Comunità europea) non si poteva, e sopratutto non si doveva, uscire; e, già che ci siamo, ci sarebbe anche da chiedersi perché, in anni più recenti, quegli stessi media e quella stessa politica ci hanno detto che la Brexit, se davvero realizzata, avrebbe provocato crisi finanziarie, conflitti doganali, scontri culturali (e non solo), roba da far impallidire il ricordo delle sette piaghe d’Egitto.

Si tratta, beninteso, degli stessi media e della stessa politica che ci ripetono ogni giorno, fino all’ipnosi, che lo Spread si beve liscio e senza ghiaccio, e cioè chiudendo gli occhi e turandosi il naso di fronte agli inevitabili sacrifici che dobbiamo fare a tutti i costi per “restare” in Europa, neanche fossimo condannati alle segrete dello Spielberg se per caso ci passasse per la testa di uscirne. Si tratta degli stessi media e della stessa politica che hanno sostenuto a spada tratta il processo di globalizzazione dei mercati, di privatizzazione dei servizi pubblici e di instaurazione della moneta comune e che ci sussurrano suadenti, ogni giorno, che gli squilibri e i divari derivanti da questo processo sono solo minori, e inevitabili, effetti collaterali. Degli stessi media e della stessa politica che hanno dapprima ignorato, poi deriso e infine stigmatizzato la legittimità democratica del primo Governo Tsipras in Grecia, come anche l’aspirazione del popolo catalano all’indipendenza, presentandoci l’uno e l’altra come deprecabili fonti di instabilità e di insicurezza, come una capricciosa e pericolosa deviazione dall’ordine costituito – beninteso l’ordine europeo.

Eh sì, la risposta alla domanda formulata poco fa è una e sempre la stessa: dall’Unione non si esce perché l’Unione è un un motivo di culto, un totem da adorare, un feticcio intoccabile. Almeno per chi condivide e sostiene le strategie di una organizzazione internazionale, quale è l’Unione, che negli anni ha operato costantemente per assicurare la supremazia degli interessi tecnologici, industriali e di mercato sulle esigenze imperative della sicurezza ambientale, sanitaria e alimentare. Supremazia che tanto piace ai “globalisti” e che questi maliziosamente spacciano, come fosse appunto un dogma di fede, per il primato dell’Unione stessa sugli Stati che l’hanno creata.

Non condividendo le logiche globalizzanti, di fronte a questo scenario non posso fare a meno di ricordare Primo Levi e il suo “Se non ora, quando?”. La citazione completa, presa dalle Massime dei Padri del Talmud, è la seguente: “Se non sono io per me, chi sarà per me? E quand’anche io pensi a me, che cosa sono io? E se non ora, quando?”. Non sono parole facili, né è facile cogliere il loro significato. Ma non posso fare a meno di pensare, di fronte alla massificazione imposta dall’Unione, che esse siano rivolte a ciascuno di noi, individui popoli Nazioni, e che ci dicano: alzati in piedi, provaci, adesso. Se non ora, quando?

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