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SCUSA, CHI HA VINTO?

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Se chiedete ad un ragazzo statunitense, inglese o russo se i loro Paesi hanno vinto o perso la seconda guerra mondiale, la risposta sarà immediata e sicura: abbiamo vinto! E se chiedete ad un ragazzo tedesco o giapponese se i loro Paesi hanno vinto o perso la stessa guerra, la risposta sarà altrettanto immediata e sicura: abbiamo perso.

Avete mai provato a fare la stessa domanda ad un ragazzo italiano? Nella migliore delle ipotesi vi guarderà dubbioso. C’è quindi da chiedersi perché, a  più di settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale, che pure attira su di sé ancora tanta attenzione, i giovani (e meno giovani) italiani non sanno se quella guerra, l’Italia, l’ha vinta o l’ha persa.

Che sia il risultato di più di settant’anni di grossolane mistificazioni? Del tentativo di riscattare 21 anni di saluti romani (23 se si tiene conto della Repubblica sociale italiana) con 18 mesi di “cobelligeranza” al fianco degli Alleati? Di saltare a tutti i costi sul carro del vincitore? Manipolando la fantasia, oltreché la realtà: quando da bambini si giocava alla guerra, nessuno voleva fare il tedesco, e neanche l’italiano, perché si era tutti americani o inglesi, e quindi nostri nemici (ma tutti vincitori). Del resto, nessuno avrebbe saputo bene cosa fare se avesse vestito i panni del soldato italiano: i tedeschi avevano perso e gli americani avevano vinto, ma noi? Boh!

Eppure l’Italia monarchica e fascista di cose ne aveva fatte, eccome: nel 1935 aveva aggredito l’Etiopia, nel 1936 era intervenuta al fianco della Germania nella guerra di Spagna, nel 1937 aveva aderito al Patto Anticomintern stipulato tra Germania e Giappone l’anno precedente, nel 1939 aveva firmato  il Patto d’Acciaio con la Germania e aveva invaso l’Albania, nel 1940 aveva firmato il Patto Tripartito con la Germania ed il Giappone e, soprattutto, aveva combattuto contro gli Alleati anglo-americani e russi per più di tre anni, dal giugno 1940 al settembre 1943, impegnandosi nei più diversi teatri di operazione, dalla Francia del Sud al cielo d’Inghilterra, dai Balcani alla Grecia, dall’Africa settentrionale ed orientale all’Oceano Atlantico, da quello Indiano alla Russia.

Un passato un po’ ingombrante, non c’è che dire; e l’unico modo per sbarazzarsene era sembrato a un certo punto destituire Mussolini, addossare ai fascisti tutte le responsabilità del conflitto, arrendersi agli Alleati e dichiarare guerra alla Germania. Purtroppo, il trucco non funzionò e gli Alleati ci presentarono ugualmente il conto: quando nell’agosto 1946 il Primo ministro dell’Italia repubblicana, De Gasperi, prese la parola alla Conferenza di pace di Parigi, ammise apertamente di fronte ai delegati delle Potenze vincitrici che “tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”, e cioè contro l’Italia. E infatti la cobelligeranza non sarebbe bastata per evitare al nostro Paese un trattamento da ex-nemico che avrebbe condotto a tragici risultati: per ricordarne qualcuno è il caso di vedere, o di rivedere, un film di Mario Bonnard del 1948, La città dolente, che documenta come gli italiani, al momento di lasciare per sempre la città di Pola, disseppellirono le bare e si portarono via anche i morti.

La perdita della memoria e dell’identità, che con il loro gesto gli italiani d’Istria si illudevano di evitare, è stato il prezzo più alto della sconfitta (eh sì, alla fine la guerra l’abbiamo proprio perduta). Abbiamo cominciato a pagarlo nel 1943, con l’inflazione causata dalle “AM Lire” alleate, e abbiamo proseguito con il Piano Marshall, la liberalizzazione degli scambi commerciali imposta dal GATT, la speculazione sul valore fondiario dei terreni che ha accompagnato la cementificazione selvaggia del territorio avviata dal Piano “INA-Casa”, il sacrificio di un immenso patrimonio archeologico e artistico compiuto senza rimorsi né rimpianti, l’industrializzazione forzata di aree poco o affatto idonee non solo perché tradizionalmente vocate all’agricoltura e prive delle più elementari infrastrutture, ma anche perché uniche dal punto di vista paesaggistico e ambientale, e dunque meritevoli di speciale tutela e promozione (come ha dimostrato, ex post, la vicenda di Matera, passata da vergogna nazionale a capitale europea della cultura nell’arco di una generazione e mezza).

In altri termini, è come se la sconfitta militare sul campo avesse causato, insieme alla perdita di ogni capacità di programmazione strategica, la rinuncia a valorizzare – o quanto meno a conservare – il patrimonio e l’identità nazionali, che invece hanno finito per essere immolati, tra l’indifferenza (quasi) generale, sull’altare del progresso. Quello dei vincitori.

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