La Norvegia è sempre rimasta fuori (e per ben due volte, nel 1972 e nel 1994, i suoi cittadini hanno detto, gentilmente, andate a cagare), la Groenlandia ha sbattuto la porta e se n’è andata nel 1985, la Danimarca è stata il primo Paese a ricorrere all’opting out rispetto ai diktat di Bruxelles (a cominciare dalla cittadinanza, non a caso), il Regno Unito ha detto “mo’ basta” nel 2016 e ora l’Islanda dice, cortesemente, andate a farvi fottere e, soprattutto, non ci venite più a rompere i coglioni con altri negoziati.
La domanda è, semmai, cosa può spingere altri popoli liberi e sovrani a voler entrare in quella simpatica combriccola di galantuomini che risponde al nome di Unione europea.
E la risposta è una sola: non sono i popoli a scegliere, ma gli apparati di governo pilotati dalle élites finanziarie transnazionali.
I circuiti accademici, scientifici, tecnologici, industriali, produttivi, commerciali, comunicativi, mediatici, socio-culturali e politici sono, in tutti i Paesi del mondo occidentale, nessuno escluso, teleguidati dalla regia globalista ordita dal capitalismo ultra-finanziario e digitale il cui unico scopo è soggiogare e manipolare l’essere umano mediante il totalitarismo biopolitico globale.
E, se voi foste il cattivone, preferireste dover fare i conti con 10, 20, 30 o 40 governi (e parlamenti) diversi o con 1 solo?
A questo serve l’Unione europea, e a nient’altro: ed è per nascondere la magagna che vi hanno fatto credere che si trattava di un tempio di pace, prosperità e democrazia.
“Ma, daje e daje, pure li piccioni se fanno quaje”, si dice a casa mia.
