Sul caso Belfast sento dire dai più sgamati influencer di internet – quelli, per intenderci, che la sanno lunga solo loro – cose del tipo: “faremo la fine di Belfast se non ammettiamo che l’immigrazione è un fallimento”.
Il problema è che questi influencer capiscono meno dei migranti. Perché l’immigrazione, come la chiamano loro, non è fallita: al contrario è stata un successone, almeno nelle intenzione dei suoi sponsor, visto che è riuscita a destabilizzare completamente sul piano genetico, socio-etnografico, civile, politico e culturale – e dunque identitario – la società italiana.
Quando si comincerà a capire che un “immigrato clandestino” non è un “migrante”, che il participio presente dettato dal buonismo dem non fa di un reato una professione lecita, che gli “emigrati” italiani degli anni Sessanta (vi ricordate Manfredi in “Pane e cioccolata”?) erano cosa diversa dagli invasori di oggi, si comincerà a capire anche le ragioni di una strategia semantica ispirata e funzionale al più vieto divide et impera.
A quel punto resterà solo da capire chi sono gli sponsor di cui sopra (e se aspettiamo che ce lo spieghino gli influencer stiamo freschi). Che poi, in fondo, non è così complicato: chi può avere interesse a utilizzare la propaganda fondata sulla manipolazione delle evidenze allo scopo ultimo di soggiogare – mediante il terrore – i cittadini?
Benvenuti nel totalitarismo biopolitico di stampo euro-globalista, ultima evoluzione del capitalismo ultra-finanziario partorito dalle lobby giudaico-massoniche: quelle, per intenderci, che non sta bene criticare (soprattutto in televisione) e che, tra un po’, non si potranno neppure chiamare con il loro nome.
