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L’ORTO MORBOSO

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Mentre la primavera si avvia al suo bellissimo e prevedibile picco (sic!) di rinascita, in cui fauna e flora si risvegliano, le strade di città sono ancora deserte e stralunate, tanto da sembrare un quadro di De Chirico. Ma il silenzio urbano è solamente di facciata, perché il rumore dei televisori, delle radio, delle dirette Facebook è protagonista nelle case e la bella stagione avanza con sottotitoli di questo calibro: siamo in guerra! Un minuto di silenzio per i medici in prima linea! Ringraziamo i nostri agenti in trincea! Un linguaggio bellico che è stato incorporato nell’emergenza sanitaria non solo dalla stampa e dalla politica, ma anche dagli stessi professionisti (medici, paramedici, agenti di pubblica sicurezza, pompieri, volontari, ecc., ecc.) che, ormai assuefatti all’idea di dover combattere un nemico invisibile, non rinunciano a sentirsi dei combattenti e degli eroi anche in questa fase conclusiva del “lockdown”.

Le guerre, quelle vere, quelle combattute dagli uomini qui in Europa, sono un ricordo che non appartiene più alla memoria individuale, ma che si è installato nelle nostre menti grazie a racconti, storie, libri, film. In questo periodo, però, siamo tornati a respirarne l’aria vedendo il vicino di casa, che non è né medico né volontario, uscire di casa all’alba, di soppiatto, per andare a lavorare nell’orto, in città o poco fuori. Uscire di casa come se partisse per il fronte, perché, suo malgrado, rischia: non di affrontare il nemico virus, ma di imbattersi nelle forze dell’ordine, pronte a redarguirli, spesso a multarli, talvolta a dileggiarli. Eppure, sprezzante del pericolo, moderno partigiano di questa guerra silenziosa, il nostro vicino mette in moto il suo piccolo trattore e parte, alla volta del suo prezioso appezzamento di terra.

Nei difficili anni della Seconda guerra mondiale gli “orti di guerra” sono stati la risposta, spontanea quanto razionale, alla scarsità di cibo. Da Torino a Milano, da Roma a Napoli, in tutte le piazze e in tutti i giardini delle città italiane si coltivavano pomodori e insalate. Simili all’orto di guerra caro alla propaganda fascista erano i “Victory Gardens”, risposta anglosassone alla resilienza urbana del tempo di guerra.

Oggi, che di guerre non se ne fanno più, almeno in apparenza, l’orto è diventato bandiera di autosufficienza, di tradizione, di sperimentazione, anche. Ma a proprio rischio e pericolo. Fino a qualche giorno fa, infatti, andare più lontano di 200 metri dalla propria abitazione senza comprovata necessità, senza autocertificazione, era considerato criminale, e andare nel proprio orto non era certo considerata una necessità.

Ce lo ha ricordato, tra gli altri, il presidente della provincia autonoma di Trento, affermando stentoreo che no, non si poteva raggiungere il proprio appezzamento di terra a meno che non si trovasse entro i famosi 200 metri dalla residenza. E l’intervento chiarificatore del ministro Bellanova non ha chiarito proprio nulla, se non che coltivare l’orto non è considerata una priorità dal Governo.

La salute pubblica al primo posto, ovviamente, come di diritto. Ma restano un mistero le ragioni della scarsa attenzione prestata dalle istituzioni nei confronti degli orti di campagna, che, tra l’altro, migliorando la qualità e la sicurezza dell’alimentazione, contribuiscono direttamente alla salute individuale e famigliare.

Un mistero, certo. A meno che non si voglia pensare che, schiacciati da settant’anni di cultura consumistica, riesumare termini come autoproduzione e autoconsumo, autonomia e autosufficienza, o addirittura autarchia (alimentare) in un Paese che per ventitré anni è stato fascista, equivalga a commettere un delitto ideologico.

Per il momento, invece, godono di maggiore fortuna gli orti urbani, oggetto di studi accademici e (forse proprio per questo) protagonisti di un certo approccio radical-chic, fatto anche di selfie con la pianta di pomodori coltivata scenograficamente su qualche balconcino della Milano da bere del tempo che fu. Ma in questi nuovi “pandemic gardens”, curati con guanti e mascherina, sarà ancora possibile guardarsi negli occhi e sperare di coltivare un futuro?

 

Articolo pubblicato in collaborazione con il Centro studi InTerrA


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