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Le mani sulla città (e sulla chiesetta di Sesto Ulteriano)

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La presidente della sezione di Italia Nostra di Sesto Ulteriano, frazione di San Giuliano Milanese, afferma: “Se si fosse intervenuti vent’anni fa, poteva essere salvata”. Il riferimento è alla chiesetta del Seicento dedicata ai Santi Alberto e Teresa, in stato di abbandono e inutilizzata da decenni, che giusto un anno fa ha subito il crollo del soffitto, punto di non ritorno per strutture così antiche e degradate e probabile preludio al suo abbattimento.

Ora, visto che siamo nell’anno di grazia 2021, vent’anni fa vuol dire giusto giusto 2001, e cioè l’annus orribilis per la tutela del patrimonio architettonico e artistico italiano. Perché? Perché nel 2001, solo cinque giorni prima della sua caduta, un governo di sinistra (il Governo Amato II) varò il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia, che, almeno nelle intenzioni dichiarate, avrebbe dovuto introdurre forme e strumenti di controllo preventivo e di vigilanza sull’attività edilizia, nonché sanzioni contro gli abusi.

Il Testo unico in questione (emanato con il D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380) in realtà ha introdotto una serie di disposizioni discusse e controverse, come ad esempio quella che autorizza interventi di nuova edificazione anche nei territori dei comuni sprovvisti di regolamentazione edilizia. Ma, ciò che è più grave, il Testo unico in questione ha abrogato la disciplina introdotta nel 1977 dalla “Legge Bucalossi” (la n. 10 del 28 gennaio 1977, varata dal Governo Andreotti III), che in sostanza obbligava i comuni a destinare parte dei proventi delle concessioni edilizie alla salvaguardia e al recupero del patrimonio architettonico esistente.

Quindi, applicando quanto sopra al caso della chiesetta secentesca di Sesto Ulteriano, dobbiamo proprio dare ragione alla presidente della sezione locale di Italia Nostra, quando dice che “vent’anni fa poteva essere salvata”. Salvo precisare, ad abundantiam, che prima del 2001 la chiesetta non solo poteva, ma doveva essere salvata, in quanto il salvataggio costituiva un preciso obbligo di legge posto a carico del comune interessato dalla disciplina legislativa allora in vigore.

Forse che il Governo Andreotti III, e soprattutto il suo ministro dei lavori pubblici Pietro Bucalossi (che per inciso era un medico), avesse più a cuore, nel 1977, il patrimonio architettonico italiano di quanto non l’avesse a cuore, nel 2001, il Governo Amato II? Forse sì, forse no. Del resto al peggio non c’è mai fine, visto che al Governo Amato II succedette nel corso del 2001 il Governo Berlusconi II, che, come noto, varò il terzo (e, per il momento, ultimo) condono edilizio della storia repubblicana (e vale la pena di ricordare che i precedenti condoni erano stati varati, rispettivamente, dal Governo Craxi I nel 1983 e dal Governo Berlusconi I nel 1994).

Ma, a questo punto, per completezza, va anche ricordato che alla fine degli anni Quaranta, sull’onda dell’emergenza abitativa post-bellica, il democristiano Amintore Fanfani (ministro dei lavori pubblici dal 1947 al 1950) concepì e pervicacemente perseguì la realizzazione del Piano Ina-Casa, che tra il 1949 e il 1963 avrebbe condotto alla costruzione di 355.000 nuove abitazioni mediante i fondi gestiti da un’apposito ufficio dell’INA (poi GESCAL, che sarà sciolta solo nel 1973) e in buona parte derivanti dal Piano Marshall.

Il Piano Ina-Casa (a lungo identificato con l’essenza stessa del “boom” economico italiano) evidenziò, per la prima volta in misura così massiccia, la strategia che fino ai giorni nostri sarebbe stata utilizzata impunemente (in mancanza di regolamentazioni edilizie) da affaristi senza scrupoli e politici collusi, e cioè la speculazione sul valore fondiario dei terreni, strategia che a sua volta avrebbe aperto la strada a quelle pratiche clientelari e corruttive immortalate da un film di Francesco Rosi del 1963, Le mani sulla città (e, riguardandolo, viene inevitabile chiedersi perché oggi non ci sia più nessuno in grado di fare film di denuncia così puntuali).

Il sottile filo rosso che parte dal Piano Ina-Casa e passa per i condoni edilizi e il Testo unico del 2001 si snoda fino alla chiesetta di Sesto Ulteriano. Vedremo se, in vista dell’annunciata riforma del Testo unico, l’azione di Italia Nostra (e degli altri cirenei dell’ambiente, del territorio e del paesaggio) sarà in grado di dargli una bella sforbiciata.