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Jj4 e l’anatomia della distruttività umana

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Orso maschio o orso femmina, chissà se a uccidere quel povero runner non sia stato, invece, un altro animale. E chissà di quale classe, famiglia, ordine e specie.

In ogni caso, che dietro la volontà di linciare (letteralmente) l’orsa ci siano interessi di parte è un fatto talmente lampante che solo una persona particolarmente ottusa o collusa non lo capirebbe.

Quali sarebbero questi interessi? La caccia, solo per fare un esempio. Se si ripopolano i boschi di animali – come è accaduto in passato espressamente per venire incontro alle richieste dei cacciatori – non ci si deve stupire se prima o poi gli stessi cacciatori chiedano di sparare a qualsiasi cosa si muova tra il fogliame. E quindi non deve stupire che, all’indomani della morte del runner, taluni amministratori locali parlassero della possibilità di abbattere nientemeno che una cinquantina di orsi: sai che festa per gli amanti della caccia. Che fosse una trovata elettorale?

Ma la caccia, nel nostro caso, non è altro che l’aspetto più appariscente di quell’approccio antropocentrico che ancora oggi, dopo decenni di pseudo-ambientalismo, si ostina a travolgere, consumare e annientare beni e valori non funzionali ai suoi e che, in barba ai “gretini” che ciacolano di sostenibilità e amore per gli animali, è in via di ulteriore espansione, anzitutto sul piano culturale.

Come ricorda Fromm nel suo lavoro da cui è tratto il titolo di questo post, infatti, i cacciatori del Paleolitico chiamavo l’orso “nonno”, gli chiedevano scusa per averlo abbattuto e lo onoravano riservandogli il posto d’onore nel banchetto rituale.

Noi, oggi, agli orsi diamo nomi che sembrano algoritmi.

 

 

 

 

 

 

(transumanamente battezzata con una sigla numerica