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J’accuse (il monopattino elettrico)

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Tutti, ormai, sembrano desiderare un mondo più sostenibile ed ecologico. Persino nel pieno dell’emergenza sanitaria causata dal Covid – e forse anche per questo – una tendenza diffusa è quella di incentivare l’acquisto di mezzi di locomozione green, almeno in apparenza, come il monopattino elettrico.

A parte il fatto che spesso si tratta di incentivi volti a favorire, più che altro, un prodotto – e un mercato – emergente, c’è da chiedersi se l’impatto ambientale prodotto dall’infinita congerie di dispositivi elettrici che ormai accompagnano la vita di alcuni di noi (come il monopattino) sia realmente giustificato dai benefici attesi. Non a caso, anche l’Organizzazione mondiale della sanità, solitamente prudente nelle sue dichiarazioni, considera l’estensione delle reti elettriche destinate ad alimentare i dispositivi in parola come una delle “più gravi problematiche ambientali che riguarderanno il pianeta nei prossimi anni”.

Ma davvero non è possibile produrre energia elettrica in modo sostenibile?

Certo che è possibile. Basti pensare che tra gli anni ’20 e gli anni ’60 buona parte del fabbisogno energetico italiano veniva assicurata mediante l’impiego di risorse rinnovabili e la produzione di energia idroelettrica.

Quello che è successo dopo va raccontato in due parti.

La prima parte si snoda attraverso l’opera di Enrico Mattei, che da commissario liquidatore dell’AGIP (venne nominato il 28 aprile 1945, tre giorni dopo la liberazione) diventò il principale assertore dell’autonomia energetica nazionale e operò instancabilmente, a tutti i livelli e con tutti i mezzi, per assicurare l’accesso dell’Italia a quelle risorse non rinnovabili che, malauguratamente, in Occidente erano – e sono – appannaggio esclusivo di pochi Paesi e, soprattutto, di Sette Sorelle.

La seconda parte si snoda attraverso delitti e misteri: e cioè l’assassinio di Mattei (ottobre 1962) e il disastro del Vajont (ottobre 1963), che a buon diritto va ascritto all’interminabile serie dei misteri d’Italia e che, agli occhi dell’opinione pubblica, ebbe l’effetto di stigmatizzare la produzione di energia idroelettrica.

La paura di nuovi Vajont ha fatto accettare agli italiani talune discutibili scelte strategiche dell’ENEL (creato, guarda caso, appena due mesi dopo la morte di Mattei), scelte che di fatto si tradurranno nella “colonizzazione” energetica del Bel Paese. Non è un mistero per nessuno, infatti, che oggi l’Italia importa energia elettrica prodotta mediante l’impiego di quelle stesse risorse non rinnovabili che Mattei ricercava sia in Italia (vi ricordate il petrolio di Cortemaggiore?) che all’estero (e in particolare nell’Iran di Reza Pahlavi, che dal 1941 era il cortile privato di una delle Sette Sorelle, l’Anglo-Iranian Oil Company, oggi British Petroleum).

Complottismo? O, come è più di moda dire oggi, negazionismo? Sarà, ma ci sarebbe da chiedersi perché, una volta che le risorse non rinnovabili tanto ricercate da Mattei sono state finalmente individuate sul territorio nazionale, il loro sfruttamento è stato affidato in concessione alle solite multinazionali, in barba alla volontà popolare espressa nel 2016 da un referendum che il presidente del Consiglio allora in carica si affrettò a definire pubblicamente “una bufala”.

Al di là dei complotti e delle bufale, resta il fatto che l’unico modo per ridurre il fabbisogno energetico, e quindi l’inquinamento conseguente alla produzione di energia elettrica, sarebbe, più che favorire la diffusione dei monopattini elettrici, educare i cittadini a consumare meno energia, che è proprio ciò che la cosiddetta civiltà dei consumi non vuole e non può permettersi di fare, pena la sua estinzione. In altre parole, educare i cittadini a usare l’energia delle gambe (guadagnandoci anche in salute), se proprio vogliono andare in monopattino.

E allora il J’accuse non può che essere rivolto contro la politica e contro i media, che ostinatamente, pervicacemente, maliziosamente, per favorire interessi particolari, continuano ad alimentare nell’opinione pubblica equivoci, contraddizioni e ambiguità, promettendo l’uscita da un tunnel in fondo al quale non si vede più da un pezzo, è proprio il caso di dire, la luce.

 

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