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Io non la bevo. La trangugio.

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Sul sito della Commissione europea si legge, in un italiano un po’ stentato, che “la pandemia di coronavirus è stata accompagnata da un’ondata massiccia di informazioni false e fuorvianti … teorie cospiratorie false e pericolose (che) diffondono propaganda e odio”.

Questa apodittica affermazione fa scopa con la proposta, varata in Italia nel pieno dell’emergenza sanitaria, di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta contro le fake-news, che, tra le tante altre cose, dovrebbe verificare se esse abbiano anche “finalità di odio ossia di incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici e nazionali”.

Ma non basta, perché in questi giorni è stata lanciata una campagna anti-fake news intitolata “Io non la bevo”, che fornisce addirittura un decalogo utile a distinguere, nelle intenzioni degli ideatori, le notizie vere e attendibili da quelle, appunto, false e fuorvianti.

Il decalogo in questione, in verità, non brilla per obiettività, visto che consiglia di verificare anzitutto se la notizia provenga “da fonti attendibili” (senza però fornire al riguardo alcun criterio di orientamento) e poi di accertare se la fonte in questione sia dotata della “spunta blu”, sorta di bollino che chiunque può ottenere sui social, a condizione di seguire le regole che questi ultimi si danno.

La conferma dell’insopprimibile tendenza all’autoreferenzialità degli strumenti di comunicazione non è l’unica indicazione che si ricava dai documenti citati. Emerge anche il tentativo di instillare nel cittadino un sacro terrore per le fake-news, presentate dalle istituzioni europee e nazionali come fonte primaria di incitamento all’odio e alla discriminazione e, allo stesso tempo, come fonte ispiratrice delle teorie cospiratorie e complottiste di cui molti parlano, con malcelato disgusto, da un anno a questa parte.

Sarà. Ma vorrei ricordare che il termine “discriminazione” deriva dal latino “discernere”, che vuol dire comprendere bene, vedere con chiarezza, distinguere una cosa dall’altra. Messa così la questione, l’impressione che se ne ricava è che tutto il can-can intorno alle fake-news, agli odi e alle discriminazioni, cavalcato con tanta passione dai media e dalla politica, ha lo scopo principale di scoraggiare, di svilire, di soffocare ogni forma di intelligenza, ogni capacità di analisi e di giudizio, ogni capacità di critica consapevole e responsabile. Come anche di scoraggiare, di svilire e di soffocare ogni senso identitario: come se fosse un delitto, oggi, discernere la propria identità, e cioè comprendere chi siamo e perché ciascuno di noi è diverso da chiunque altro.

Va da sé che questo discernimento, e la conseguente “discriminazione” (nel senso di comprendere, distinguere), collide con gli interessi della globalizzazione e dei suoi sostenitori. Con buona pace di quanti non “discriminano” alcunché e, beati, trangugiano il decalogo anti-fake-news e le banalità in esso contenute ascoltando le inoppugnabili verità sul Covid rivelate da autorevolissimi scienziati, nel Paese dove la prima fonte di autorevolezza è, e resta, la visibilità mediatica.