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Il passaporto vaccinale o la ballata dell’amore cieco

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Qualche giorno fa Europa Today titolava: “Anche le compagnie del turismo vogliono il passaporto vaccinale, ma l’Ue (per ora) dice no”.

Non vi pare strano che la richiesta di un settore economico così rilevante, come il turismo, venga accolta con tiepido scetticismo e – apparentemente – respinta dalla Vestale dell’Economia e del Libero Mercato, alias l’Unione europea?

Vediamo un po’. Per le associazioni di settore il passaporto vaccinale è l’ultima frontiera per abbattere lo stop alle frontiere, perché basato su “prove certe” e su “soluzioni digitali sicure”; diversamente, per il vice presidente del Consiglio europeo Maroš Šefčovič “al momento non ci sono prove che una persona vaccinata non possa ancora essere infettata e continuare a trasmettere la malattia”.

Tutto chiaro? No, perché a questo punto sorgono spontanee ulteriori domande: se non ci sono le prove di cui parla Šefčovič, perché somministrare il vaccino a tutti? E su quali basi scientifiche, prima che giuridiche, è stata approvata la sperimentazione di massa di un prodotto dagli effetti (ancora) così incerti? E perché non approfondire la ricerca scientifica e la sperimentazione in laboratorio prima del – e non dopo il – passaggio alla vaccinazione di massa dei cittadini europei?

Ma non c’è nemmeno il tempo di riflettere su queste domande (e tantomeno di farle arrivare, tramite i media, all’opinione pubblica, nel frattempo rintronata da Sanremo) che le dichiarazioni di altri leader europei – evidentemente più autorevoli o più smaliziati di quello citato – giungono a correggere il tiro. Per la signora Ursula Von der Leyen, ad esempio, è imperativo che il 70% della popolazione europea (circa 255 milioni di persone) si vaccini entro la fine dell’estate. Occorre inoltre mobilitarsi, aggiunge la signora in questione, per far sì che l’Unione non venga superata – e travolta – dagli accordi tra Stati (membri e non dell’Unione), come ad esempio hanno fatto Grecia e Israele o Israele e Regno Unito.

In barba alle dichiarazioni precauzionali del vicepresidente Šefčovič (ma si sa: da Laocoonte in poi, chi invoca la precauzione fa una brutta fine), nel giro di pochi giorni prudenza e cautela vengono messe da parte in favore degli interessi di mercato e dell’esigenza dell’Unione di contenere – pena l’estinzione – i rigurgiti di sovranità degli Stati che temporaneamente (come ci ha ricordato il Regno Unito) ne fanno parte.

Che vadano al diavolo, dunque, le prove scientifiche sulle reali capacità del vaccino di immunizzare la popolazione: entro l’estate dobbiamo tutti essere vaccinati, ciò che renderà superfluo anche il passaporto richiesto dalle associazioni del turismo (ed è questa la più plausibile chiave di lettura dell’iniziale scetticismo mostrato da Šefčovič). E tanti saluti all’interesse e al benessere dei cittadini europei, il cui primato sugli interessi della società e della scienza è stato a suo tempo sancito dall’art. 2 della Convenzione di Oviedo sulla biomedicina.

Certo è che più si avanti e più il contegno dell’Unione mi ricorda la donna fatale (fatale, intendiamoci, perché crudele, cinica e spietata) di cui cantava De Andrè ne “La ballata dell’amore cieco”:

Gli disse: “Amor, se mi vuoi bene”

Gli disse: “Amor, se mi vuoi bene”

“Tagliati dei polsi le quattro vene”.