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Il gatto e la volpe

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No, i due in questione non sono quelli a cui state pensando voi, anche se uno ha nominato l’altro e il secondo ha fatto eleggere il primo.

Perché la questione è che di gatti e di volpi, in questo Paese, ce ne sono tanti, forse troppi, e quindi diventa difficile intendersi al volo.

Perciò lascio galoppare la vostra fervida immaginazione e ognuno, alla fine, tragga le proprie conclusioni. E se anche il gatto e la volpe fossero quelli a cui state pensando voi, la domanda sorgerebbe spontanea: c’è da meravigliarsi? Il Bel Paese si è sempre retto sul “tengo famiglia”, sulla parentela, sulla clientela e, mano a mano che sale l’ascensore sociale, sulla cooptazione. Ecco perché aveva ragione Leo Longanesi quando diceva che “in Italia non si può fare la rivoluzione perché ci conosciamo tutti”.

E tantomeno se ne faranno ora, nonostante i due anni di odio sociale instillato ad arte e coltivato con cura da ministri e sottosegretari, scienziati e giornalisti. Anzi, più l’impalcatura della narrazione pandemica farà acqua, finendo per far scompisciare dalle risate le massaie al mercato rionale, meno sarà la voglia di fare rivoluzioni, soprattutto culturali e intellettuali.

Seppellite le asce di guerra sotto una coltre di nuove evidenze scientifiche bipartisan, saltate fuori dal cilindro come per magia, una larga fetta dei 60 milioni di italiani (soprattutto quelli che votano un certo partito) si avvierà, felice, verso una nuova normalità fatta di richiami permanenti e di Green Pass, più o meno super.

Del resto, se anche qualcuno volesse a tutti i costi essere politicamente scorretto (o, se preferite, rompicoglioni) e proporre cause, ricorsi e rinvii pregiudiziali, se la dovrebbe vedere con l’atteggiamento dimostrato finora dalla magistratura: che non sembra suscettibile di mutamenti clamorosi dopo l’insediamento dei nuovi vertici del Consiglio di Stato e della Corte costituzionale, avvenuto durante l’elezione del Capo dello Stato (ma questa è solo una coincidenza).

Altro che “il” gatto e “la” volpe.