I puntini si uniscono in questo modo: se convinco, foraggiandole, le amministrazioni comunali a tagliare gli alberi più grandi e maestosi, è ovvio che otterrò l’effetto di far scomparire l’ombra, di far salire la temperatura e, con essa, il livello di eco-ansia di chi ancora abbocca all’emergenzialismo permanente propagandato da un mainstream al soldo delle élites finanziarie transnazionali.
Ci sono andato giù un po’ duro? Non direi proprio.
Troppo occupati come eravate a regolare la temperatura del vostro condizionatore (che, sommato alle altre decine di milioni di condizionatori contemporaneamente accesi in tutta Italia, certo non contribuisce a far abbassare la temperatura globale), forse non vi siete accorti di una simpatica notizia che in questi giorni pochi si preoccupano di rilanciare e che fa scopa con l’incipit di questo articolo.
L’Associazione Nazionale Comuni d’Italia (ANCI, tenete a mente l’acronimo) ha appena respinto in toto e senza appello le indicazioni dell’ISPRA relative al Piano di Ripristino della Natura che il Ministero dell’Ambiente, forse un po’ obtorto collo, sta predisponendo per adeguare al meglio l’ordinamento italiano all’omonimo regolamento europeo del 2024.
Tante cose si potrebbero dire al riguardo e, perché no?, almeno un paio diciamole: in primis, che è sempre più singolare l’atteggiamento dell’UE che, prima, spinge gentilmente alla desertificazione (tramite i fondi PNRR) e, poi, obbliga al ripristino della natura; e, in secundis, che la maggior parte dei comuni italiani è a guida demo-woke-globalista e che, quindi, i relativi sindaci dovrebbero idolatrare i regolamenti europei come i pellegrini la Madonna di Lourdes, e non contestarli come sta avvenendo tramite la loro Associazione di categoria.
La cosa più importante da dire, però, è un’altra.
Dalla ricostruzione in poi, a cominciare dal Piano Ina-Casa, lo sviluppo di questo Paese si è fondato su una cosa e una cosa soltanto: il cemento.
Scordatevi la Fiat di Agnelli, il petrolio di Mattei, la chimica di Natta, l’elettronica di Olivetti, la moda, il cibo, il “made in Italy” e tutte le altre frescacce che vi hanno messo in testa per farvi credere che eravano la quarta potenza industriale del mondo o l’ottava per PIL.
Lo sviluppo dell’Italia, dal 1945 in avanti, si è misurato con un solo metro: quello del consumo del suolo. E’ solo trasformando la destinazione d’uso dei terreni agricoli, e cementificandoli, che in Italia si è creata ricchezza. Una ricchezza becera e speculatrice, è ovvio, che del resto mette d’accordo tutti: proprietari terrieri infingardi, palazzinari lestofanti, amministrazioni colluse, investitori immobiliari (magari israeliani) e, buoni ultimi, cittadini incoscienti che non vedono l’ora di acquistare appartamentini di carta in villaggi turistici di cartone costruiti in una sola notte sopra preesistenze archeologiche che, in qualsiasi altra parte del mondo, avrebbero attirato turisti, e creato reddito, per intere generazioni.
Queste cose sono note da decenni e basterebbe rivedere “Le mani sulla città” di Francesco Rosi, del 1962, per inorridire. E, invece, nel 2026 dopo Cristo, mentre la regia globalista ordita dal capitalismo ultra-finanziario di matrice giudaico-massonica contina a frantumarmi i maroni con il global warning, mi tocca ancora sentire quattro “primi cittadini” che concionano di come il cemento, e solo il cemento, e ancora il cemento, e sempre il cemento, genererà ricchezza e sviluppo: dagli inceneritori alle periferie, dalle rotatorie ai centri commerciali, dalle infrastrutture ai rifugi fitobioclimatici. Ma un po’ di vergogna no?
Forse l’acronimo ANCI è sbagliato: dovrebbe essere direttamente ANCE. E’ proprio vero che è tutta questione di vocali.
