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Covid, governo ladro!

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Ascoltate, gente, ascoltate: parla il presidente!

E aridaje”, per dirla alla romana. E’ una tranquilla domenica di autunno, non siamo proprio in trepidante attesa, ma poco ci manca. Tra poco Lui, il nostro Presidente (che nessuno ricorda di avere mai eletto o votato), si manifesterà in diretta e ci racconterà, come la scorsa primavera, quale sarà il nostro destino. Cioè, in pratica, cosa dovremo o cosa non dovremo fare e, soprattutto, come e per quanto dovremo farlo (e ancora “aridaje”).

Dopo che Lui avrà parlato e avrà adottato un altro dei Suoi simpatici “de-cretini” sapremo come regolarci per sperare in un felice e normale Natale, magari a costo di un altro lockdown, magari piccolo piccolo: ma, si sa, chi non risica non rosica.

Il presidente del Consiglio parla, il presidente della regione ripete. In un susseguirsi incalzante e ridondante di dichiarazioni di assoluto controllo, come neanche la migliore burocrazia sovietica ai temi delle “normalizzazioni bulgare”, arrivano parole di conforto dai governatori delle regioni, dai presidenti delle città metropolitane e dai sindaci delle altre città, grandi e piccine.

Il sistema è organizzato, è preparato, sa quel che dice, ma soprattutto sa quel che fa. E se le cose dovessero andare per il peggio, non sarebbe comunque colpa di chi ci governa in modo così illuminato. Eh no, miei cari, se dovessimo chiudere tutto, ovvero, per dirla in altri termini, se dovessimo andare tutti a casa e buttare via la chiave, beh, la colpa sarebbe solo nostra, di noi cittadini. Eh sì: le leggi, loro, le hanno adottate; le raccomandazioni, loro, le hanno emanate; i comunicati, loro, li hanno diramati; e se noi non ascoltiamo, non leggiamo, non capiamo e non eseguiamo, tanto peggio per noi. Vae Victis! E una pioggia di fuoco e fiamme mai vista prima si abbatterà sulla faccia della Terra (tanto per citare il Presidente degli Stati Uniti d’America ancora in carica).

La strategia comunicativa c’è e, a dirla tutta, funziona. Funziona eccome. Per le vie della città, la mattina, se esci a fare due passi ti pare di respirare aria fresca, pura, limpida. Sarà l’autunno mite, saranno le ecologiche e fin troppo silenziose auto elettriche? O sarà che siamo già tutti così terrorizzati da non mettere il naso fuori di casa se non per comprare tre scatolette di tonno e una baguette del Carrefour? (e magari per delegare qualcun altro a farlo al posto nostro). Proprio così: quel tranquillo silenzio galeotto che ci avvolge dopo le 18 del pomeriggio sono le macchine che non circolano, sono le persone che preferiscono restare segregate tra le mura domestiche, sono le vite che trattengono il respiro, più o meno a lungo.

La manifestazione più cruda e sottile che sta emergendo da tutta questa storia non è quella di quattro adolescenti che tirano sassi alle vetrine, in modo più o meno strumentalizzato (cosa che fa quasi sorridere in un Paese abituato da sempre a varie e diverse “strategie della tensione”). No, qui sta venendo a galla lo stato di natura. Dalle parole dei presidenti, dal rumore dei telegiornali, dal silenzio delle strade si riaffaccia la naturale propensione al caos e all’anarchia, alla clava e alla grotta. L’inevitabile e garantita sicurezza di essere insicuri.