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BIO-MINCHIA

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Si passi la volgarità, ma il prefisso bio- si abbina ormai a così tante cose (forse troppe) che non poteva evitare il rischio di finire inflazionato, banalizzato e quindi ridicolizzato.

A parte l’inossidabile termine bio-logico, che il vasto pubblico associa immediatamente ad un ideale di sicurezza che rasenta, se non proprio la santità, quanto meno la purezza (in campo ambientale, sanitario, alimentare e chi più ne ha più ne metta), il prefisso bio- caratterizza diversi altri neologismi, di cui tre sono stati molto in voga nei primi anni Duemila e un quarto si è affermato più di recente: faccio riferimento, in quest’ordine, alla bio-etica, alla bio-politica, al bio-diritto e alla bio-economia.

Disciplina “inventata” all’inizio degli anni Settanta da un medico statunitense[1], la bioetica è arrivata in Italia dopo più di vent’anni ed è rimasta a lungo un oggetto sconosciuto e misterioso, riservato a pochi addetti ai lavori. Inoltre, a differenza del suo inventore, che riferiva il neologismo al campo dell’etica ambientale, in Italia i cultori della bioetica hanno da subito associato quest’ultima al campo della biologia e della medicina (la cosiddetta bio-medicina). Ed è in questi campi che, a partire dai primi anni Duemila, il grande pubblico italiano ha cominciato a conoscere e a utilizzare il termine bioetica, dividendosi e scontrandosi inevitabilmente sui temi che i media propinavano ad arte per alimentare un circuito ideologico, culturale, confessionale, dogmatico e religioso funzionale agli interessi della biopolitica e allineato alle soluzioni offerte dal biodiritto (nazionale e, soprattutto, europeo)[2].

E’ sui temi di “inizio vita” (clonazione, ricerca sulle cellule staminali embrionali, procreazione medicalmente assistita) che la bioetica, la biopolitica e il biodiritto italiani hanno mietuto i maggiori successi in termini di popolarità, di visibilità e quindi di autorevolezza (secondo la logica dei mass-media), successi che non sono stati neppure lontanamente eguagliati da quelli mietuti, verso la fine degli anni Dieci del Duemila, dai temi di “fine vita” (eutanasia, stato vegetativo, testamento biologico).

Anzi, può dirsi che il “fine-vita” sia stato il canto del cigno della bioetica italiana, perché i temi affacciatisi in seguito all’orizzonte del dibattito bioetico sono stati inspiegabilmente sottostimati, se non proprio negletti, e comunque valutati in modo acritico. Eppure è singolare che temi come lo human enhancement, l’integrazione tra carne, metalli e chip, l’interazione tra mente umana e tecnologie dell’informazione e della comunicazione, le prospettive dischiuse dalle applicazioni sull’uomo delle tecnologie convergenti, della robotica, della biologia sintetica, delle nanotecnologie, delle neuroscienze passino praticamente inosservati sotto gli occhi del grande pubblico e anzi formino oggetto di un coro unanime di consensi sul piano mediatico, politico e normativo.

Intendiamoci, non è che quindici anni fa lo scontro Chiesa-Radicali sullo statuto dell’embrione o sul caso Englaro abbia favorito un dibattito bioetico, biopolitico e biogiuridico sereno (e scientificamente fondato), ma oggi si ha l’impressione che questo dibattito sia semplicemente ostaggio delle implicazioni economiche del progresso della tecno-scienza: che, in altri termini, esso sia stretto in pugno da quella bioeconomia cui guarda con grande favore, tra gli altri, l’Unione europea. E, con una madrina d’eccezione come questa, chi ha più bisogno di un dibattito obiettivo e indipendente su argomenti che investono e coinvolgono le prospettive stesse dell’industria europea (e mondiale)? Chi può avere ancora interesse a valutare l’impatto dello human enhancement sull’integrità psico-fisica e sull’antropologia umane? Chi è così limitato da non intuire le straordinarie opportunità dischiuse dagli sviluppi della bio-robotica e invece auspica forme di riflessione, di dibattito ed eventualmente di controllo di questa come di altre tecnologie?

Solo un minchione, appunto.

(riproduzione vietata)

 


[1]Il riferimento è all’oncologo Van Rensselaer Potter II (1911-2001), autore del celebre volume Bioethics: Bridge to the Future, Prentice-Hall, 1971.

[2]Va appena aggiunto che taluni, a scopi puramente accademici, e cioè cattedratico-concorsuali, al temine biodiritto preferiscono l’ulteriore neologismo bio-giuridica.